C’è un tempo in cui la borsa è di tutti

C’è un tempo in cui la borsa è di tutti  

C’è un tempo in cui la borsa è di tutti: un tempo molto breve, durante il quale ogni cosa sale giorno dopo giorno. I portafogli si gonfiano, le menti riposano al sole. Nessuno pensa che le cose possano cambiare, c’è un costante flusso di denaro che inonda le quote. Dentro i loro bunker di controllo, però, gli uomini in nero stanno notando cose che nessuno nota. Semplicemente, che il denaro non si trova più così facilmente, che qualcosa non quadra. L’idea di partenza era semplice [ormai lo sanno tutti, ma facciamo lo stesso un rapido riassunto]: offriamo denaro a buon mercato, prestiamolo a chi lo vuole e facciamo in modo che i prezzi salgano. Con prezzi gonfiati, otterremo prestiti di nuovo a buon mercato, con cui faremo ancora salire le quote, tutte le quote. Il processo era stato molto rapido, l’economia aveva ripreso ad accelerare. Si basava tutto sul debito, questo è vero, ma a nessuno pareva importare: l’unica cosa che importava era gonfiare le quote e ottenere nuovo credito. Erano tutti esposti. In garanzia del prestito, si offrivano titoli, obbligazioni e ogni sorta di strumento atto ad indicare il possesso di qualcosa. Non era un vero possesso, in realtà, perché molto di quel possesso era ottenuto con soldi presi a prestito. Ma quello era il tempo in cui si saliva ogni giorno, le cose sembravano funzionare a meraviglia per tutti.   I problemi arrivarono quando il vecchio G lasciò il comando delle operazioni. Il suo successore si rese subito conto della situazione, prese di colpo a far salire i tassi. Credeva di farcela, invece il sistema collassò [non c’era modo di sostenere una politica restrittiva con tutto quel denaro che nessuno era in grado di restituire]. Il giovane B fu costretto a tornare sui suoi passi, ma ormai i giochi erano scoperti. Qualche banca pensò di continuare come prima, ma le cose finirono per deragliare. Fu un gesto disperato, che rivelò come fosse difficile uscire dalla logica inaugurata dal vecchio G. La logica si era spezzata perché qualcuno non si fidava più [non sappiamo bene chi sia stato questo qualcuno, fatto sta che si pretese di andare a vedere il bluff]. Sul banco c’erano moltissime fiches, pochissime di queste erano coperte. Si trattava di portare a casa quello che c’era e di ripartire. C'era un problema, però: chi aveva vinto l’ultima mano? Questo il punto, nessuno sa bene chi fosse [chi sia] il vincitore. Qui non c’è esattamente un banco, come al casinò o alle scommesse: qui il banco gioca la sua posta come tutti, oggi più che mai. La FED emette moneta in cambio di titoli, titoli che non sappiamo bene cosa contengano. A questo punto, in questa confusione di azzardi, qualcuno potrebbe anche non starci e ritirarsi dal tavolo. Mossa delicatissima, che potrebbe risultare dannosa per tutti [dannosa soprattutto per colui che aveva bluffato, a cui non si regala più alcuna mano per rifarsi].   Chi ha bluffato? Qui le cose sembrano abbastanza chiare: gli USA, che dopo le TT hanno fatto guerra in due modi: con i marines e con le banche d’affari, a cui sono stati concessi ampi margini espansivi. Queste banche hanno battuto moneta, esattamente come la FED. Si è perso però il controllo della situazione, dal momento che il centro di comando si è letteralmente moltiplicato in tanti centri più piccoli, ognuno dotato di libertà d’azione mai prima sperimentate. Adesso siamo ai salvataggi, ma non sappiamo più nemmeno a quanti miliardi [centinaia, migliaia] di $ essi ammontino. Poco male, pensa qualcuno, basta che la FED emetta moneta e siamo a posto. Questo però significa concedere alla FED un margine d’azione che darebbe agli USA la possibilità di comprarsi tutto con soldi falsi. Obbligando il venditore ad accettarli per veri. È qui che si situa il problema, il vero problema.   Molti lo comprendono, nessuno però ha il coraggio di porlo chiaramente di fronte all’opinione pubblica mondiale. Gli USA, letteralmente, non hanno più un $, ma si comportano esattamente come se ne detenessero una quantità pressoché inesauribile. In questa situazione, che fare? Bisognerebbe avere il coraggio di ammettere la sconfitta, ritirarsi dal tavolo e abbandonare le perdite ai bari. Invece, si resta ostinatamente seduti in attesa della mano fortunata. Convinti, in un certo senso, che prima o poi arriverà [perché prima o poi, lo sanno tutti, arriverà]. È questo che mi cruccia: apro un book qualsiasi e non mi ritrovo più in una sala di trading, ma in una sala corse, con gente che piazza le proprie puntate a caso su un cavallo o su un altro. Magari non proprio a caso, ammettiamolo, ma con un cinismo tale da risultare triste ed allarmante al tempo stesso. È questa la borsa, ormai? Una sala scommesse dentro cui si quotano titoli invece di partite, invece di cavalli? Se è questo, bisogna prenderne atto e tornare con i piedi per terra. I rischi diventano enormi, la capacità previsiva così scarsa e imponderabile da risultare anche meno controllabile della scommessa pura. Perché siamo giunti a questo punto? Perché ci siamo lasciati rovinare da questo modo così irresponsabile di fare soldi? Dobbiamo tornare all’inizio del TRD, per capire che cosa sia la borsa speculativa, quella dominata dalla paura e dall’incertezza. Una borsa in cui operano gli squali, mordi e fuggi e brandelli di quote che si disperdono nel mare [il povero bagnante scosso dal furore delle bestie, sbranato dal terrore e dalla totale incapacità di affrontare la situazione]. Basta leggere un qualsiasi forum finanziario per capire a che livello di cecità siamo giunti. Personaggi davvero poco raccomandabili che parlano di borsa come i puttanieri parlano di donne, ostentando sicurezze da bulli di paese. Ben diversa, questa di oggi, dalla borsa di tutti, dove ogni cosa saliva sospinta da quel vento leggero e tranquillo.   Eppure anche questa, questa di oggi, è borsa: fatta per le iene, per i corvi, per animali con molti meno scrupoli degli erbivori. Adesso siamo probabilmente al girone infernale, con i peggiori istinti a farla da padroni. Bisogna aspettare la nuova alba, l’anello è transitato in mani meno nobili. È questione di tempo, di umori e di astri che transitano in sfere lontane.

Jump St.man

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